Iole Chessa Olivares e le sospensioni dell’Infinito

Commento critico di Giuseppe Manitta

 


 

Il volume di Iole Chessa Olivares Nel finito… Mai finito, edito nella collana di poesia curata da Neria De Giovanni (Nemapress, 2015, con prefazione di Plinio perilli), è un libro di sospensioni, cioè, seguendo un percorso intuitivo, si staglia tra il mondo terreno e ultraterreno della finitudine. Non è un caso che la prima sezione, delle sette in cui è diviso, contempli propriamente il limite e la condizione ossimorica: “Sospeso d’azzurro”.  Un richiamo che già viene introdotto nella lirica proemiale Sul cancello del tempo, in cui propriamente il cronotopo è la coordinata apparentemente oggettiva in cui si svolge il percorso poetico, ma che nella realtà conduce ad una meditazione sulla fine e sul valore di esso nella condizione in cui «sibila l’incenso / su queste braci nascoste». Si è citato l’ossimoro non tanto per evidenziare un elemento stilistico concretamente individuabile, e forse il più palpabile nell’alveo della contraddizione, quanto per confermare che tale condizione emerge sia come elemento sostanziale dell’anima sia come elemento visivo della tangibilità: «Nessuno potrà dire mai / il vigore di questo andare / senza riparo / cantore silenzioso / anche di pensiline senza addio / grilli afoni, cicale a riposo». Si esprime una ricerca dell’altrove, alle volte solamente intuibile e non ponderabile, che spiega ancor meglio la poesia che nasce da quel “finito mai finito”, e quindi mai concluso e occludibile, che ispira il titolo dell’intera raccolta. Lungo il medesimo orizzonte immaginifico si percepisce ancor meglio il concetto transeunte della parola, ma anche quello dell’attesa, termine presente nel lessico estetico della Olivares.

Tanti piccoli elementi finiti o la “fragilità del sibilo” conducono alla certezza che il tempo, da non dimenticare primo elemento che compare nella raccolta in quella lirica proemiale già citata, è l’espressione più lampante dell’antilogia: l’illimitato nella finitudine. Il sostrato filosofico, heideggeriano e non solo, conferma il retaggio leopardiano del tema, ma ancor più permette una riflessione che non è solamente metafisica, cioè che sta al di là del fisico, ma diviene, quasi in un percorso necessario, persino civile e sociale. L’opera di Iole Chessa Olivares procede per fratture e ricongiungimenti, e ciò avviene non solo da un punto di vista stilistico, che affianca volute sintattiche a versi spezzati, ma ancor più nella figurazione “frantumata” di un Io che ha l’esigenza dell’infinità. Nulla è come sembra, ammette la poetessa, e persino il dubbio diventa elemento consustanziale per l’esistenza, quasi elemento gnoseologico per eccellenza: «Il resto del muro / anima persa / libera soltanto / di accudire magone e vento / per la lontana cruna dell’ago / per la risacca del dubbio». 

L’opera si mostra come un viaggio nelle segrete della propria personalità, sino a compiere il confronto con i propri fantasmi: «Qui consumata d’innocenza / una prigione di fantasmi / arranca alla gogna nell’aria / e contro il buio soltanto suo / come può cospira / per un cielo in più / ogni volta… naufragando». Altrove ritorneranno i fantasmi, ma se questi sono espressione del passato o della interiorità e si delineano di vaghezza (sono per l’appunto fantasmi) esiste l’altra faccia della poesia, quella sociale, quella amicale e quella relazionale. Solo in apparenza ciò che vive Iole Chessa Olivares è inquadrabile nell’autoanalisi, perché una sostanziale schiera di elementi è costituita dalla realtà. Escludendola non si comprenderebbe al meglio quanto si scrive nella raccolta. Il richiamo all’altro è una sezione in cui tale elemento si fa esplicitamente chiaro, ma anche per il luogo in questione la lettura può essere binaria: l’«altro» è l’elemento esterno, che sia costituito da cose o persone, ma anche l’altro da sé, ponderando ancora una volta le infinite possibilità della vita. L’io che si palesa nel tempo “finito mai finito” si confronta con il male di vivere e quindi sfocia nella poesia civile: si tratta di un altro punto nodale della raccolta. In un corollario di temi emerge la fondatezza della Donna Olivares che lotta e protegge le altre donne, ma simultaneamente l’analisi e la compartecipazione al dolore storico: Auschwitz, i focolai slavi, i kamikaze. Tuttavia, possiamo dare una duplice lettura alla socialità: c’è da un lato l’elemento di denuncia e di compartecipazione, ma dall’altro il prosieguo della riflessione sul momento storico. Tutto converge verso un altro lemma (in verità una condicio), non molto ricorrente ma significativo: limbo. Esso ritrae la contraddizione dell’esistenza e ancor più il desiderio di liberazione, la sospensione tra vita e morte: «D’acqua un sorso / prima che la muta del mondo / saldi / le fessure dell’anima / nel sepolcreto dei vivi / uccida i passeri / a macchia raccolti / nella soffitta del cuore». La poesia, dunque, non si realizza nell’approdo e nella certezza indissolubile, ma nel labirinto, nell’attesa, nel transito e nella sospensione. Proprio per tale motivo la parola è “verbo”, è momento conoscitivo. Mi pare la corretta dimensione entro cui leggere “La parola giusta”: «Quando s’incontra la parola giusta / si ceda il passo / entra in voce / solo quando deve / sillaba su sillaba / s’incarna / nel sangue di un pensiero. // Antica vestale delle lontananze / senza tempo / aduna modula / distende suoni / con sorpresa / esce il pugno sul silenzio / oltrepassa le distanze». Così si esprime il procedimento gnoseologico e maieutico, nonché la possibilità di oltrepassare il naufragio. Termine pregno di significati, quest’ultimo, che rappresenta la deriva sociale, ma anche il passaggio dell’Io in divenire, sulla scorta ungarettiana, quale espressione dell’uomo contemporaneo. Il quadro sembra completarsi: da un lato l’Io, dall’altro il mondo e sopra ogni cosa il “finito mai finito”, dentro di ognuno, invece, i fantasmi e ogni cosa in bilico: «fantasmi di ieri / di oggi / mano nella mano / occhi negli occhi / mai innocenti / genuflessi “al sempre” / al vacillare di una corona / la nostra corona / lontana dal suo centro / disobbediente gloria di Nessuno / in bilico / sull’abisso della schiena».