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Italo Evangelisti - (Poiesis) per Iole Chessa Olivares |
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"QUEL TANTO DI ROSSO" - Commento Critico di Antonio Coppola |
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Tra i tanti libri conosciuti di Chessa Olivares, In piena sulla conchiglia resta tra i libri migliori, battistrada di tutta la produzione poetica dell’autrice. Perché questo libro è così speciale e unico nella produzione del poeta? E’ il meno prosastizzato e scavalca una sua condizione crepuscolare. E’ da tenere conto di due momenti topici che s’incrociano e si attraversano; il primo è la comprensione fenomenologica della guerra vista dalla prospettiva di un poeta, il laceramento dell’io che si esaurisce in dispute, consumandosi in un risultato empiristico-illuminista; l’altro punto è il paese amato, distante e pur vicino, richiamo ad una originaria sorgività pur nella metamorfosi dei luoghi che appaiono punti riflessi, dettagli, echi, barlumi di tempo, metastoria. C’è un paese reale e uno metaforico, il paese del taciuto che s’affaccia nei ripiegamenti, negli amori, nelle lusinghe. Un richiamo lenticolare all’isola della Maddalena in mezzo al mare “mentre una voce in ombra esplora il suo arcano d’ascesa …” Questa è la mirabile fusione, la convinta e intensa tensione che ha il mare -fosse l’alienante viaggio di un Ulisse- il mare è vita che passa e le sue onde i nostri scalini dove scorrono le alterne vicende dell’uomo. Chessa Olivares è feconda nei suoi “silenzi” nelle vicinanze con gli altri, i suoi sono teneri approdi. Nella campagna trova stampata la vita della madre e la ferma, la scruta nel bene salvato, fra la situazione atmosferica e la condizione umana: “..e mi ritrovo ferma, potente/ come tu eri, a riempire l’aria…” Ecco, il libro affonda in questi due momenti ossimorici, pace-guerra, vita-morte del tutto collanti al vasto disegno della parola infinita. Il poeta-argonauta di un Viaggio che tende ad esaurirsi; qui appare l’indugio di qualche lirica “soffocata” in descrizioni se non ovvie, pedisseque, più tese a risaltare la musicalità che affrontare temi, anche civili, come bene li pone nel libro cardine “In piena sulla conchiglia”. Io credo che ci sia anche un culto della parola, un strepitoso ludico gioco della “parola” come punto chiave di tutta l’officina poetica. La parola è corteggiata, adulata, duttile, non c’è nella poeta il sogno inteso come languitudine a un fatto dato e pensato; piuttosto, la parola è viatico, sublime affioramento, focus, elemento primordiale e, dunque, ricerca dei suoi opposti, reversibilità del sintagma per infondere carica al suo -semmai- immaginario scenario, una specie di scatola magica, una matrioska, rivelatrice di un mondo abbozzolato, racchiuso dentro l’ovale di un prisma. Chessa Olivares rivela e difende un suo “io” e lo incarna nei versi come proiettati su un grande schermo dell’anima che non s’interrompano, che non ondeggiano, non reclamano ma s’appuntano e graffiano “l’universo del taciuto”. Perilli prefatore del libro guida richiama Gramsci e Bellezza, per tentare un capzioso discorso sulle progettualità dello storico e del Poeta; sono solo due poesie del tutto casuali, ultronei, dedicate per riconoscenza agli uomini illustri che furono e nulla più; paragonabili alle altre dedicatorie a Raul Maria De Angelis, all’isola Maddalena, al Kosovo o al Ruwanda; il poeta si sa non è sempre impermeabile, anzi lo è di rado, a valori o episodi cruenti che lasciano lo stigma, delusione amore e stizza, dunque sono sempre fatti strategici anche se li evoca, li canta, li esalta. Molti i poeti hanno scritto pagine e pagine contro le guerre insensate basta pensare a Sereni, Ungaretti partecipe in prima persona sul Carso. Come non ricordare Rigoni Stern nella sua vita al fronte da combattente in Russia nella seconda guerra mondiale che ha trasferito le sue esperienze in quella magnifica opera Ritorno sul Don(1973). La guerra come inganno irrazionale ha ispirato pagine terribili; chi non è stato contagiato dalle devastazioni, dai lutti, dai massacri di civili, pensate ad Accrocca che ha vergato liriche bellissime che tratteggiano lo strazio del bombardamento di San Lorenzo a Roma nel 1944. Ora vorrei puntare dritto su questa breve e intensa plaquette Quel tanto di rosso con annesso CD che è il non plus ultra delle incisioni. Chessa Olivares usa la strategia già attuata in precedenti lavori; il verso da stelo tenue di filone crepuscolare simbolista diventa ricco di straordinaria morbidezza, un paragone che mi viene di fare a lampo, ex abrupto, è quello della lana soffice prodotta nel Kashmir nella Regione dell’Asia dai lontani e pacifici popoli dell’Indo. Ecco che leggere e rileggere il verso produce il tepore e l’intimità necessaria dell’amore che “veglia su ogni sentiero” e lo accomuna alla rugiada che s’incontra dove non si aspetta d’incontrarla. Questa scansione sull’amore è il punto di forza, la colonna portante ad ogni solitudine; Chessa Olivares lo sa bene che se perde questo richiamo del cuore, c’è il rischio di una resa incondizionata alla vita, di una débậcle. I sogni, ah i sogni sono dei poeti, il distillato che dà forza e assicura continuità alle nostre favole, anche le favole possono turbare i cuori ingenui; questa poesia è nella fase della purezza; oh talismano che lasci all’amore quel tanto di rosso! L’indovinato e curato titolo non incontra dubbi, la poeta è detentrice dell’amore sospirato, alto, forse realizzato, ma resta sempre un vulnus che è proprio della donna, che flagra, s’incista nell’anima e fa avanzare quei papaveri rossi inseguiti con gli occhi. Altro elemento corporale, fisico, antropologico, è il paese come essenza, con le sue tradizioni, con la sua demologia; l’isola è una chiave di lettura plurima per etnomusicologi e poeti. Alcune poesie, Calamosca docet sono la via di un effetto incidentale pervaso da immagini indefinite, ma c’è soprattutto il richiamo al suo passato stemperato in epifanie, alla vita stentata, al fatalismo della gente operosa, che porta in sé un quid di tristezza da tragedia greca. Ecco, questa gente inchiodata lì per sempre, aspetta un messia che la liberi. Il faro di Calamosca a Cagliari è luce delle partenze, l’abbrivio di un viaggio mai fatto, non è l’espatrio o l’esproprio silenzioso “fuori di ogni bussola”. Poi il mare, la direttrice di tutte le partenze, un mare dolce-amaro, orfico, il mito degli Ulissidi rimbomba nelle vene come l’ala distesa di un gabbiano. Terra-mare, la Sardegna culla della poeta, primaria sostanza di garbo e vitalità; il segno dei lari, la radice che muove l’orchestrazione, le parole si fanno nido, emblema di giorni, punti indelebili di riferimento, sostrato e pudore. E Roma è guardata con la bramosia dei primi giorni, città d’elezione, inafferrabile, mai conquistata uccello-pesce che tormenta i giorni e li esalta. Un succinto diario senza soprastrutture vissuto dalla Olivares con una limpidità aerea, ha raccolto il buono in granelli e in scaglie; ci sono le sue esultanze, c’è l’amore immerso in quel tanto di rosso che reclama, urla, s’impenna e “dietro le quinte mette ali” alla vita. Il raccordo, l’unicuum, di queste brevi e sonore poesie rappresentate da flash si stampano nella mente, dilucidate, prive di qualsiasi orpello. Li chiamerei francobolli con le ali pronti a volarsene via e a ritornare garantendo lontananze e lucidità; hanno l’effetto di un ingranaggio formato, ben oliato che si espande nel suo stile sobrio e nel contempo fine. Fermi così non sappiamo che giacimento profondo possiede? E’ di certo una precarietà consustanziale, ma c’è anche uno sforzo continuo di esprimersi, efficacemente riuscito, oggi che la poesia vivacchia in nicchie elegiache e solipsistiche. Aprirà ad ovest il suo scrigno ancora intatto, pragmatico e morale. Il linguaggio è chiaro, purissimo, per forza espressiva e innata saggezza va avvicinato a quello di Corrado Govoni di Brindisi alla notte. E’ il vissuto che emerge come in forma di cerchio dove l’inseguito insegue il suo inseguitore. La Chessa Olivares esige una lectura attenta, al primo approccio può sembrare un canto di solo languido “grido” o “gemito”, ma addentrarsi si scorge una giusta, ineludibile presenza del nostro essere nel tempo; una poesia che diviene robusta, opima di senso, “regale” la definisce il critico Perilli. Così è; l’isola è dipinta in una fiammante vis rinnovata, è l’isola dei fiati, dei rancori del sognato e del reale in una corsa appassionata e vibrante di significati. Ci sono poesie elevate dove parla la liricità del luogo ancora intatto, non per molto, dalla sopraffazione del capitalismo industriale. L’opera della nostra autrice è resistente al tempo, non è effimera, e il costante affiancarsi dei mezzi espressivi tende sempre più a precisarla, simile ad un cerchio che si dilata in tanti cerchi concentrici. |
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IL CORRIERE DELLA SERA - 30 Aprile 2006 - Francesco Dell' apa per Iole Chessa Olivares |
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