IOLE CHESSA OLIVARES: “NEL FINITO….MAI FINITO” ED. NEMAPRESS 2015

Questa ultima prova letteraria di Iole Chessa Olivares è articolata in sette sezioni, che mostrano tutte una fortecaratterizzazione tematica, come fossero altrettante scene di una rappresentazione teatrale, tanto urgente è la valenza raffigurativa dell’ispirazione poetica.
La connotazione ossimorica del titolo suggerisce un percorso che porta la poeta da un’ esperienza quotidiana, “finita”, all’approdo ad una dimensione che arriva a contemplare l’idea del “non finito”, tramite un’inchiesta esistenziale che supera la restrittiva prospettiva contingente della dimensione umana e si realizza grazie all’uso della parola poetica .
Il “mai finito”, più che richiamare la filosofia neoplatonica del “non finito”, cui si ispira l’opera di Michelangelo, suggerisce l’ampliarsi dell’orizzonte oltre la finitezza umana fino all’intuizione ed alla contemplazione dell’infinito.
La poeta, nella sua sublime sensibilità di percepire oltre le apparenze , sforza la sua immaginazione oltre “la siepe” leopardiana in cerca di una chiave universale che legga la vita umana, il suo autentico senso, la missione che ognuno ha da compiere nel suo viaggio terreno.
Iole Chessa Olivares intride di questa spiritualità tutta la raccolta, che riecheggia tra le varie sezioni e si mostra come l’elemento unificatore , l’ordito su cui la poeta tesse con finezza di dettato immagini arabescate della natura, in particolare del suo magico mare, del cielo, della madre terra , per finire con Roma, che la accoglie dalla Sardegna con le sue bellezza e le sue incantevoli contraddizioni.
Oltre il “Cancello del tempo” inizia un viaggio che ricompone gli opposti (crepuscolo e aurora…. Trapassi di luce… ballo delle ombre) e dà inizio al canto quasi in chiave di sacralità con l’incenso che “sibila… su queste braci nascoste” e “sull’abbaglio inatteso sperdimento”.
Nella sua inchiesta la poeta non si fa guidare da strumenti di precisione, che la orientino, al contrario è lo “sperdimento” il motore di “questo andare senza riparo” alla ricerca del senso della vita , “Si va, si va… il movimento vero è sempre altrove”, “oltre i cespugli”.
Il “finito” esiste perché deve essere superato, questa pare che sia la missione dell’essere umano che la Olivares suggerisce riecheggiando la l”Dannazione” ungarettiana “Chiuso fra cose mortali- (anche il cielo stellato finirà)- perché bramo Dio ?”
“Sconfinare” è la risposta all’insoddisfazione di Jole, il richiamo primigenio di un’altra terra da scoprire oltre il sipario del mare, l’anelito ad un nuovo approdo, che potrà delinearsi solo dopo che ci si è perduti senza riserve “Il singhiozzo della mente…. S’accomoda incolpevole in un assolo che perde la rotta… senza il pizzico di una sensata stella”, destinato ad un naufragio esiziale. Eppure, anche nel naufragio incombente, si profila “un laggiù lontano” che risponde alla fede di “un devoto sperdimento”.
Nella sezione “Il richiamo dell’altro” l’inchiesta di Jole si focalizza sull’”io”, che sia l’uomo burattino che aspetta “un improvviso risveglio di innocenza” che lo riscatti dalla sua alienazione o il categorico imperativo “io sono” affermato senza “nessun timore o sgomento”.
L’esistenza umana è poi considerata in molte delle sue variegate sfaccettature: un omaggio alla donna che “ nel nodo di diverse fragilità…. Si fa aperta al principio dell’umano respiro”; la necessità di capire il prossimo “nel mistero di chi siamo l’uno per l’altro” ; l’importanza della memoria “ attenta a trascinare l’insieme a esistere…” vista anche nella dimensione storica, a partire dalla lirica “Sulle ceneri di Auschwitz , dove l’uomo è “arido,malato seme in dissolvenza, non altro”, passando per il ricordo di Mostar, Beslan e Nassiriya (“Saltati all’improvviso sotto e sopra la terra sfogliano insieme l’uno il mondo dell’altro non più la margherita della sorte”) fino ad arrivare alla tragedia del terremoto de L’Aquila dove la tragedia resta “un punto esclamativo a mezz’aria indistinto tra antica mestizia e nuovo insaziato stupore”.
La lirica iniziale della sezione “In sillabe Regina”è una sorta di dichiarazione di poetica. La parola, che per Montesquieu “est moitié a chi parle e moitié a qui écoute”; per Jole “esce di pugno sul silenzio oltrepassa le distanze”, è “un’antica vestale delle lontananze”, rende possibile l’incontro e la comprensione tra il poeta e il lettore. In “Fiore di ritorno” la dichiarazione di poetica si completa: la parola è diventata “la poesia”, che “ si nasconde in disparte… Poi… è fiore di ritorno nel diverso emergere dell’anima nuovo slancio attende anzi reclama”. La sezione si chiude con alcune liriche dedicate alla figura femminile, suggerendo un ideale parallelo tra la poesia e la donna “Corolla di fuoco” che “si spende su più versanti ma tende l’orecchio al grembo-vita” e “…senza assedio fa il mondo”.
“Nel limbo che preme” è la sezione che offre maggiore spazio alle suggestioni della natura, colta non in statiche oleografie ma nel suo vibrante vitalismo panteistico: “la cima dell’ulivo. Fuori dalla pelle vorrebbe risalire la corrente vivere in ogni foglia tutta l’ampiezza del vero”.
E accanto alla celebrazione della natura trova spazio qui più che in altri punti della raccolta la profonda religiosità della poeta, che si tende come un velo ad allacciare senza contraddizioni il messaggio cristiano (“La verità del mondo” dedicata a Papa Giovanni Paolo II, la lirica dedicata “A Maria Regina”) con una spiritualità pagana (“un cielo anima nell’anima perdonerà”, “vive il tutto e il sacro in sintonia con il cosmico respiro”).
“Roma nello sguardo” celebra la Città Eterna che offre le sua meraviglie artistiche , viste come “quinte mutevoli macerie, ferite mal chiuse…ma anche lasciti preziosi” che rispecchiano “lo splendore di una tradizione sempre ardente nella pena e nella gioia fino a fondersi nelle pieghe più sfuggenti”. Come una signora“appare velata dolente nell’eroismo quotidiano”, “non ha nostalgie… anche nelle rovine si fa altro…. Non asseconda la morte”, anzi “resiste a Vita e Storia con il suo scudo sacrale”.
Infine l’omaggio al mare, “Il mio mare”, in cui “L’isola felice” è “l’altrove di ogni speranza”. L’afflato poetico tocca Genova e Caprera e si slarga nell’anelito di conoscenza di sé e del mondo con reminescenze omeriche. Jole così rinnova l’immagine di Ulisse “il nostro ULISSE” che “si ostina sempre attende l’onda di rivalsa magari inciampando in un grumo di disastri scontati con infinita pena e piccole illusorie amenità”, plasmandola sul calco dell’uomo comune, che dimostra il suo eroismo nella tenace lotta quotidiana.
E come Ulisse Jole Chessa Olivares chiude questa densa , significativa raccolta non con la sicurezza dell’approdo, ma con l’incertezza di una ricerca esausta “mai finita”, il “vacillare di una corona la nostra corona lontana dal suo centro… in bilico sull’abisso della schiena”.

Fabia Baldi